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Dualismi


Rientro a casa, apro la porta, rimango immobile per una ventina di minuti ad osservare il mio appartamento. Faccio fatica a riconoscerlo. Intendo dire che non sembra proprio casa mia. Effettivamente non è mia, ma la vecchia casa dei nonni. Mi tornano in mente le parole di una amica: “Sembra una casa vuota, senz’anima, priva di sentimento”. Paradossalmente proprio l’odioso bagno rosa, tanto caro a nonna Teresa, riesce a dare l’unica sensazione di vissuto, di remota umanità. La camera da letto mi sconcerta ancora di più. Serrande abbassate chissà da quante settimane. Odore di chiuso e di cibo orientale che si confonde con un insopportabile aroma agrumato di Bulgari parfum e di deodorante Bioterm senza alcol. E senza CFC, così almeno contribuisco a non allargare il buco nell’ozono. Sono molto bravo ad inventarmi una coscienza ecologista quando è necessario.

Esco velocemente dalla camera buttando sul letto le chiavi di casa e la borsa piena di moleskine che non utilizzerò mai. Prendo la chitarra dal divano. Le dita si posizionano meccanicamente sui pochi accordi imparati in cinque anni di patetici sogni da rockstar. Anche Nutshell mi ha stancato ormai. Appoggio a terra la chitarra e, incuriosito, afferro dal tavolo le forbici di mia madre che non ricordo averle mai chiesto. Dalla puzza di pesce sulle lame intuisco di aver fatto confusione con quelle che lei usa per il suo noiosissimo corso di taglio e cucito. Intravedo nella penombra della stanza i tre minuscoli forellini della presa di corrente di fronte a me. E’ da quando avevo dieci anni che mi chiedo se sia poi così pericoloso infilarci dentro le forbici. Magari era solo una balla tipica di genitori apprensivi, oppressivi e possessivi con l’intento di infondere quel terrore indispensabile per tenere sotto controllo anime ingenue, spontanee e poco tollerabili. E insopportabili…la verità. Già, secondo me è solo una grande menzogna. Gattono verso il muro avvicinando con cautela le forbici alla presa (beh, il dubbio che papà e mamma avessero ragione c’è sempre) trattengo il respiro e……cazzo, il telefono. Non è il cellulare, ma quello fisso. E c’è solo una persona al mondo che mi chiama al telefono di casa.

- Si amore…..
- Ciaaaoooo, che fai?
- Niente di particolare, mi cimentavo in un esperimento di fisica
- Di fisica? E tu che ne capisci?
- Per tua conoscenza, agli esami di maturità ho portato proprio fisica
- Ah si? E con quanto ti sei diplomato?
- Con 36
- Ah, ecco
- Cosa vorresti dire? Ero molto preparato, ma non avevo raccomandazioni
- Si, si. Immagino. Effettivamente tu non sei nuovo a questo tipo di esperimenti
- Non ricordo di averne mai fatti
- Ma come, ti cimenti quotidianamente con la legge di Galileo sull’inerzia e la caduta dei gravi
- Scusa?
- La grave inerzia dei tuoi muscoli e la gravissima caduta dei tuoi capelli! AH! AH!
- Veronica….sei davvero una stronza
- Dai, lo dico per tirarti su di morale
- Non preoccuparti, per tirare su il mio morale è sufficiente dare un occhiata al tuo culo
- Idiota. E che tipo di esperimento stavi facendo?
- Volevo infilare le forbici in una presa di corrente
- Ah. Non mi sembra una grande idea però
- Dici? E’ che mi stavo deprimendo per il mio appartamento
- Uff, che noia che sei. Cos’è che non va nel tuo appartamento?
- Manca una donna
- Te ne sei accorto solo stasera? Cosa hai fatto negli ultimi 40 anni?
- Intendo dire che si vede che non c’è traccia di un passaggio femminile in questa casa
- Ma se le cacci tutte prima che possano appoggiare il soprabito!
- Mmm…dici che è per questo che mi piace farlo vestito?
- No, lo fai vestito solo per non fare vedere la pancia
- Senti, perché mi hai chiamato? Non puoi lasciarmi in p…..
- Beh? Che c’è?
- Non so, ho sentito dei rumori provenire dal bagno
- Forse è solo un’altra ciocca di capelli caduta per terra…
- Ma la pianti? Oddio…ma……

La porta del bagno si apre e, lentamente, si materializzano cinque dita smaltate di blu impegnate a frizionare delicatamente, con l’asciugamano, una massa infinita di capelli biondi.

Lei – “Ciao tesoro, hai fatto tardi. Non è che hai preso tu il phon?”
Veronica – “Ma chi è?”
Io – “Non ne è ho la più pallida idea!”
Lei – “Non sai se hai preso il phon? Ma non è casa tua questa? (ride)
Veronica – “Ma chi diavolo è??”
Io – “Non so….non mi pare di conoscerla!”

La mano smette di tormentare quei bellissimi capelli e, dall’asciugamano, un paio di occhi verdi mi scrutano con diffidenza.

Lei – “Non conosci casa tua? Ma con chi parli?”
Io (con voce catatonica e monocorde) – “Con….Francesco….”
Lei – “Ahh…salutamelo!”
Io (sempre più catatonico) – “Ti saluta…..”
Veronica – “Mi saluta chi??”
Io – “La mia….fidanzata…?”

Gli occhi verdi accompagnano ora un sorriso disarmante:

Lei – “Fidanzata…è da tanto che non te lo sentivo dire…”
Veronica – “Marco, si può sapere chi cazzo è???”
Io – “Veronica….aspetta….ci sarà una spiegazione…e poi….perché mi chiami Marco??”
Veronica – “DOVEVO IMMAGINARLO, SEI UN GRANDISSIMO PEZZO DI MERDA MARCO, VATTENE AFFANCULO!”
Io – “Veronica! Pronto! Pronto!!”

Gli occhi verdi improvvisamente si inarcano all’unisono con le labbra, formando un’espressione tutt’altro che amichevole:

Lei – “Veronica? Avevi detto che era Francesco. Marco, chi diavolo è Veronica??”
Io – “MA PER QUALE MOTIVO MI CHIAMATE TUTTI MARCO??? MA LA PIANTATE?? E TU, TU CHI DIAVOLO SEI??? CHE CI FAI A CASA MIA??”
Lei – “MARCO, CHE TI PRENDE, NON FARE COSI’, MI SPAVENTI! SPAVENTI IL BAMBINO!”

Nonostante l’accappatoio indossato sia il mio, le tre taglie di differenza non riescono a contenere un’ evidente gravidanza avanzata. Il terrore si impadronisce di tutto il mio corpo. Comincio a tremare, il telefono scivola dalla mia mano frantumandosi in mille pezzi, gli occhi verdi riflettono tutto il mio panico, lo specchio di fronte mi fa definitivamente precipitare in un incubo senza fine. Posso riconoscere l’orrore e la paura in quella espressione tesa e angosciata, ma quel viso, quel corpo proprio non mi dice nulla. Eppure si muove e si contorce esattamente come il mio. Ma non sono io, o meglio, quella faccia non è la mia. Eppure la vedo urlare insieme a me.

Mi sveglio madido di sudore con il cuore che fa di tutto per implodermi dentro. Cerco con difficoltà di afferrare la bottiglia di acqua con una mano e di accendere la lampada sul comodino con l’altra. Prima di riuscire nell’impresa butto a terra nell’ordine: sveglia, occhiali, ipod, libro di Proust mai letto, l’ennesimo moleskine mai scritto, scatola di profilattici mai usata. L’acqua è caldissima. Mi viene in mente il giorno in cui ho deciso di non fare installare il condizionatore in camera da letto perché “tanto c’è la tramontana che rinfresca tutto, è sufficiente lasciare aperta la finestra sul lato nord”. Come potevo immaginare che una piccola tribù di ratti avrebbe preso possesso dell’albero di pino distante appena cinque metri dalla finestra costringendomi a tenere le serrande chiuse creando un micidiale effetto serra? Appoggio la testa sul cuscino per dare al cuore tutto il tempo di fargli capire che causarmi un infarto a 40 anni sarebbe poco dignitoso. Mi volto sul lato destro del letto per prendere il secondo cuscino e il cuore ricomincia la sua incontenibile galoppata. Sogno e realtà si confondono in un caleidoscopio emozionale che mi offusca la vista. No, non so chi siano. Né la bionda dell’incubo né la bruna che mi dorme accanto. Mi passano per la mente tutte le donne frequentate negli ultimi anni ma ho l’impressione di averle solo sognate tutte, di non averne incontrata nessuna. E se, come direbbe Veronica, avessi idealizzato tutti gli sguardi delle “passanti”? Veronica….ne parlo come se la conoscessi da sempre ma non riesco nemmeno a ricordarne le sembianze. E se fosse lei la donna qui con me? Ma non sono fidanzato con Angela? O con Serena? E io chi sono, Paolo o Marco? Vorrei alzarmi e guardarmi allo specchio ma sono troppo provato e ho troppo sonno. Il cuore deve avere vinto la sua personalissima gara agonistica e si gode ora il meritato riposo. Battiti sempre più lenti, sempre più distanti, sempre più impercettibili. Sto morendo? Fanculo, ci penserò domani, ora sono davvero troppo stanco. Chiunque lei sia, spero che domani mattina mi porti almeno il caffè a letto. E la Gazzetta dello Sport. E un po’ di amore.

Ogni riferimento a fatti e personaggi è puramente casuale. Non chiedetemi perché ho scritto ‘sta cosa. Non lo so neanche io.

- Foto: Eddie Vedder (Into The Wild)