My “windy” confidence set20

Tags

Related Posts

Share This

My “windy” confidence

Chicago, the Windy City. Stasera non poteva che confermare il suo nickname. In realtà non ci sono grandi certezze sull’origine di questo nome, ma di tutte le versioni che ho letto la più appropriata rimane sicuramente quella legata al clima. Soprattutto quando i venti arrivano dal Canada. Freddi, violenti, instabili. Gli amanti della vela ovviamente ci vanno a nozze. Il lago Michigan – particolarmente nel periodo estivo – è preso d’assalto da barche di ogni tipo. Certo, con un vento così….

Provate però ad immaginare una serata particolarmente ventosa, di quelle in cui si fa fatica anche a camminare. E di trovarvi non in una bella barca a vela a sfidare le onde del lago, piuttosto su un piccolo aereo della United Airlines esattamente uguale a quello che da Columbus mi ha portato a Chicago. Solo 60 passeggeri, non uno di più. Tutti apparentemente sicuri di se. Almeno finché non si sono accorti che l’aereo aveva grosse difficoltà ad atterrare. Chi mi conosce sa quanto io detesti volare. Solo in questo viaggio per gli USA dovrò prendere dodici aerei. Mi faccio condizionare da tutto. Vuoti d’aria, rumori del motore, scricchiolii vari. Cerco d’interpretare gli sguardi delle hostess per capire se dietro quel sorriso confezionato si nasconde un pericolo imminente.

Quanta soddisfazione però ho avuto ieri nel vedere che anche il “Gordon Gekko” davanti a me – sembrava uscito dal film Wall Street – aveva perso tutte le sue sicurezze e come un bambino stringeva a se il suo pc che chissà quali importanti documenti custodiva. O il ragazzetto accanto, che fino a pochi minuti prima masticava soddisfatto la sua gomma ascoltando un’ insopportabile musica hip hop , mentre ora mi guarda con faccia disperata aspettando una parola di conforto. Da me? Scusa ma hai sbagliato persona. Io, come tutti quanti – hostess compresa – me la sto facendo sotto. E secondo me anche i piloti ci stanno capendo poco visto che è la terza volta che proviamo ad atterrare. Il capitano ci dice qualcosa di totalmente incomprensibile che la mia mente malata ha tradotto in “Ragazzi, è inutile che vi aggrappiate così forte alle vostre fragili vite. Che avete di così importante da perdere? Rilassatevi, tanto non ce la faremo“.

Ce l’abbiamo fatta. Scendo dall’aereo fra l’euforico e il depresso. “Come è andato il volo??” mi chiede Donald. “Mi porti a bere qualcosa?“. Donald non se lo fa ripetere due volte e in dieci minuti siamo da Michael, proprietario di Hopleaf . 60 diverse birre alla spina e quasi 200 in bottiglia. Birre da tutto il mondo, nulla di commerciale. E i nostri vini naturalmente. Michael mi porge una Pale Ale prodotta a Chicago e con il suo sorriso più americano possibile mi dice “Welcome to the Windy City!“. Già….