Our time…?

Ho un mal di testa lancinante, il volo da Denver è stato un incubo. Devo mangiare qualcosa. Soprattutto bere qualcosa. C’è un traffico inverosimile. Da Newark ci vorrà un’ora prima di arrivare a SoHo. Now is our time. Il tassista guida come tutti i tassisti a New York. Di merda. Gli dico che non ho fretta, anche se vorrei scendere il più presto possibile, che può andare più piano. Farfuglia qualcosa, non lo capisco. Now is our time. Avrei bisogno di disintossicarmi da tutti i social network. Come un junkie oramai cronico sono sempre alla ricerca di una connessione wifi gratuita fra i grattacieli della Grande Mela. Ogni volta che il taxi rallenta, ogni volta che si ferma ad un semaforo. Con l’ iPhone in mano e il pollice che scorre velocemente la timeline di Twitter per cercare tweets significativi. Now is our time. Arriviamo finalmente in Prince Street. Scendo dal taxi barcollando, neanche avessi bevuto cinque Margaritas uno dietro l’altro. Come quelli della sera prima. Entro da Raoul’s trascinando l’inseparabile trolley rosso e lo zainetto nero pronto ad esplodere da un momento all’altro. Di libri e tecnologia varia. La hostess mi guarda un po’ schifata, come se volessi vendere qualcosa, del vino magari. “Mi dispiace ma come può vedere tutti i tavoli sono occupati. Al massimo posso darle l’ultimo posto sul bancone“. Non potevo desiderare di meglio. Now is our time. Questa frase mi perseguita da giorni, ovunque. Sui muri, sui taxi, sugli autobus (ma ci sono autobus a Manhattan?). Ora anche su questa rivista dimenticata e stropicciata che mi trovo davanti. Now is our time. Forse prima. Qualche anno fa. Qualche giorno fa. Non più. Non adesso. Ieri era necessario un atto di fede, oggi uno di coerenza. “Something to drink?”  chiede gentilmente il bartender. Il mal di testa è passato. “Margarita….please…